La sveglia 

Ho dribblato la sveglia 

Le sei e cinquantaquattro 

Le sette 

Le sette e due 

Palo – le otto. 
Tutto filò liscio 

Nessuna ammonizione 

Nessuna punizione 

Fino a quando – le dieci 

Goal! 

Era ora di alzarsi 

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La sveglia 

Le scale

Da quando ti ho avuto, ti ho – non posseduta, certo – da quando ti ho nel mio cuore senza affliggermi o affliggerti pene ho smesso di ascoltare quel cantautore un po’ sconosciuto, un po’ conosciuto.
Quella malinconia, e allegria, non entrano a far parte di questa nostra contentezza: così ho preso tutti i suoi vinili, sceso le scale e buttati insieme all’immondizia. Ho salito le scale un po’ più leggero, un po’ più veloce – non che tu sia sopra ad aspettarmi certo.
Seduto sulla sedia, ho acceso una sigaretta – quasi mi gira la testa – canticchiando dalla prima all’ultima canzone di tutti i dischi buttati un attimo fa.
Cosa cazzo ho fatto. Ho ripetuto in continuazione in quei pochi secondi.
Ho sceso le scale lentamente, pesantemente. Erano ancora lì come li avevo gettati. Ripresi ogni disco. Ho salito le scale un po’ lentamente – dato che tu non eri sopra ad aspettarmi.

Le scale

Sull’uscio

Sull’uscio te ne stai
Nella mia mente
Quel secondo prima di bussare.

Col cuore rumoroso
E le mani tremanti,
Coi fiori in mano
E la paura di guardarmi.

Sull’uscio te ne stai
Divisi da una porta
Tu fuori
Io dentro.

Sull’uscio te ne stai
Con le parole che non dirai
Con la porta che non busserai.

Sull’uscio

Ritorno all’amore

M. aspettami, sono in stazione.
Il tempo di attendere che il treno parta, il tempo del viaggio e sarò lì da te.
Al mio rientro voglio sentirti parlare di quanto io ti sia mancata, che sicuramente mi avrai pensata: “Ti ho pensata, soprattutto dalle 15:00 alle 16:15. Ero in strada e non potevo non pensarti a camminare vicino a me. Mi sei mancata, mancati i tuoi occhi, quelli che usi quando mi guardi sorridente con un po’ di imbarazzo. Sì, quelli che usi quando non riesci ad affrontare il mio sguardo su di te. Perché sei così imbarazzata? Perché i miei complimenti ti imbarazzano? Almeno questa volta rispondimi, dimmi qualcosa, anzi no, riguardami con quegli occhi imbarazzati, ti prego, ora guardami.”
Sono in viaggio, dovresti vedere il mio sguardo, freme dalla voglia di scendere da questo treno, scalpita.
E il cuore in gola, che ancor più di me non vede l’ora di vederti, cerca di balzar fuori: un allineamento tra cuore e testa.
M. dovrai aspettare soltanto pochissimi minuti, poi potrai abbracciarmi, stringermi e tenermi in quella dolce stretta fino all’indomani, fino a quando non si riapriranno gli occhi, e non ci sarà la tua voce ma quella di sconosciuti, ché solo con la mancanza potrò tornare da te.

Quando sentirai le mandate della porta e lentamente aprirsi, il cuore accelerare, passi sicuri avvicinarsi: non vedrò l’ora.

Ritorno all’amore

Amanti a Flaminio

Gli amanti si aspettavano tutti giorni alle 17:45 in metro. si fermavano, nascondendosi dietro i distributori di merendine e cabine fotografiche, e senza vergogna, senza pudore cominciavano ad abbracciarsi.
Sorridevano. Gli occhi, le labbra, le braccia: tutto era in armonia. I loro corpi erano in assoluta armonia.
Per quei pochissimi minuti il mondo non esisteva ai loro occhi, o forse, il mondo era racchiuso in quella piccolissima distanza che li divideva; non curanti dei passanti, non curanti di far del male ai rispettivi coniugi – o chissà, forse erano proprio loro i coniugi e l’amore era così forte da fermarsi ad abbracciarsi ogni giorno, al rientro dal lavoro, anche dopo vent’anni di matrimonio- continuavano con le loro movenze.
E giorno dopo giorno, ai miei occhi, sembravano sempre di più la coppia perfetta: riuscivano a farmi tralasciare quel grande problema del nascondersi, baciarsi segretamente. I baci di Giuda.
Come potevano quegli occhi pieni d’amore tornare a casa e fare finta di niente? La mia mente non faceva altro che porsi questo quesito. Perché bisognava amare follemente un’altra persona – per dieci minuti – e poi tornare a vivere una vita vuota, piena di routine? Forse per degli ipotetici figli? Forse per non far del male al proprio marito o alla propria moglie? Così costringendosi a farsi del male da sé. O forse paura?

Amanti a Flaminio

MILLE MODI DI INCONTRARTI #4

Erano le 18:09, il treno partiva alle 18:28 ma il mio passo era veloce come quello del solito ritardatario che per pochi secondi persi si vede le porte chiuse in faccia e il treno in partenza senza di lui.
La terza carrozza era semipiena, trovai gli unici due sedili liberi, mi sedetti accanto al finestrino, girai lo sguardo e il solito signore, passeggero, pendolare mi sorrise e mi salutò, anche con un po’ di imbarazzo – forse avendo visto la mia faccia sorpresa – io ricambiai: sorrisi. Presi il mio libro e incominciai a leggere.
“Posso?”
Alto e moro, un ragazzo continuava a guardarmi in attesa di una risposta.
“Certo.” Non gli diedi attenzioni, mi reimmersi di nuovo nel mio libro.
Il treno non era ancora partito, e lui, come me, tirò fuori il suo libro: Fleming.
Osservai la copertina per qualche secondo, senza nascondere questa azione, anzi, palesandola in ogni minimo dettaglio.
Con calma tornai al mio libro, con calma il treno partì.
Feci caso – con la coda dell’occhio – a come teneva stretto tra le mani il libro, a quando girava pagina e a come ogni tre minuti cambiava posizione. Ah, la scomodità di noi lettori!
Scomodità, fino a quando – durante una brusca curva del treno – la sua gamba sfiorò la mia, rimasi immobile, rimasi con lo sguardo fisso sul libro, senza leggere; notai un certo imbarazzo nelle sue movenze, il mio imbarazzo – invece – mi impediva di guardalo.
Non spostai la gamba neanche di un millimetro, così, le nostre gambe, continuarono a sfiorarsi ad ogni piccolo movimento.
Lui fece il primo passo: mi guardò.
Ricambiai lo sguardo solo dopo, a quel punto non sapevo più se fosse timidezza o paura.
Scendemmo alla stessa stazione, ovviamente dopo aver chiuso i nostri libri.
Non smettemmo di fissarci, di osservarci, di guardarci sorridendo. Mi prese la mano e con passo celere mi portò nel posto più buio che vide. In silenzio ma con complicità cominciò a baciarmi, tenendo le mani strette ma con delicatezza sul mio viso; le mie mani, automaticamente e lentamente, si poggiarono sulle sue braccia.
Continuammo a baciarci.

MILLE MODI DI INCONTRARTI #4

La sera del matrimonio 

 

Avevamo lasciato gli ospiti da poco, il tempo di ritornare a casa; con quel vestito ingombrante non era una passeggiata. Chissà di chi è stata l’idea di sposarsi con certi vestiti, certo avrei potuto anche comprare un abito – bianco- semplice ma ogni tanto mi piaceva seguire la tradizione, sentirmi apprezzata da tutti, non dare nell’occhio. Buffo. Non dare nell’occhio significa indossare vestiti ampi, pieni di ricami e brillanti. Non mi rappresentava certo, ma non era quello il mio problema. 
C’era una paura che mi ossessionava: sposandomi avrei potuto anche soffrire di depressione post matrimonio, depressione post sì. La mia vita sarebbe diventata una routine come quella dei miei genitori? Come quella dei suoi?
Quando entrai in camera lui era già sul letto, indossava solamente i suoi boxer grigi: era già pronto. Restava a guardarmi con quei suoi occhi luminosi – l’ho sposato proprio per quelli – mentre cercavo con la mia goffaggine e stanchezza di togliermi quel vestito da dosso. Si alzò lentamente dal letto per aiutarmi, lo fece, poi ritornò comodo ad ammirarmi. Rimasi anche io, in mutande e reggiseno. Mi sedetti davanti a lui.
“Stanotte è così scontato fare sesso.
Facciamo qualcosa che non abbiamo mai fatto. Ma cosa? Tu non hai paura di diventare una coppia come le altre? Moglie, marito, bambini e solo noia. Andiamo a pescare, siamo quasi in perfetto orario, non l’abbiamo mai fatto. Dimmi qualcuno che la notte del suo matrimonio sia andato a pescare. Oppure tingiamoci i capelli: tu li tingi a me. Io a te.”
I suoi occhi continuavano a fissarmi, sorrideva.
“Vieni qui, c’è un libro che voglio leggerti”
Titubante, un po’ impaurita, mi distesi accanto a lui. Ormai sapeva come acquietare la mia ansia o almeno la mia visione catastrofica del mondo.
Così passammo la notte a leggere.
Passai la notte ad ascoltare la sua voce e capii perché lo sposai.
Perché anche nelle cose più banali, io non ho mai notato di vivere in una banalissima routine.

La sera del matrimonio